I pettegoli del Settecento erano meglio di noi

Corriere della Sera, inserto La Lettura,  Daniele Giglioli

Francesca Sgorbati Bosi ha raccolto aneddoti e motti da un’epoca in cui trionfavano non meno di oggi l’indiscrezione e la maldicenza. Ma erano strumenti di piacere e di conoscenza

"Mio marito mi è stato così infedele che non sono nemmeno sicura di essere la madre dei suoi figli», diceva la duchessa di Lauraguais. Si discuteva in presenza di Voltaire se ammettere o meno un letterato all’Accademia. Io gli do il mio voto, disse Voltaire: «È un uomo cortese e dabbene. A suo sfavore non ha che le sue opere ma sono così poche...». Il duca d’Orleans, reggente durante la minorità di Luigi XV, condusse una vita dissoluta per cui pare non avesse alcuna inclinazione: «Come faremo a correggerlo dei vizi che non ha?», si chiedeva addolorato il suo gover- nante. Moltissime amanti ebbe anche Luigi XV, che però confidava a un cortigiano di non essere mai stato preso da una donna come dalla chiacchieratissi- ma Madame du Barry; al che quello: «È perché non siete mai stato in un bordello, sire».


Centinaia di questi aneddoti il lettore troverà nell’informatissima Guida pettegola al Settecento francese curata da Francesca Sgorbati Bosi per Sellerio. Suddivisi per temi in ordine alfabetico, da Amore a Spettri, riportati senza indicazione di fonte (scelta forse discutibile ma probabilmente intesa a restituirne il tenore da conversazione), preceduti da eruditi ma agili cappelli introduttivi, formano insieme un libro da centellinare, aprendo a caso o leggendo dall’inizio alla fine. Per chi già ama e frequenta il diciottesimo secolo, un ritorno alle origini di uno spirito che voleva sapere tutto, vagliare tutto, discutere tutto, dalla teologia alla politica, dalla fisica all’eros, convinto che la conoscenza fosse piacere e il piacere la più alta forma di conoscenza, mescolando senza riguardi alto e basso perché basso è ciò che ci riguarda tutti, e alto solo l’uso che ne facciamo. Per tutti gli altri, l’invito a una festa magnifica in cui prima o poi scoppierà immancabile il colpo di fulmine.

Come già Robert Darnton in L’età dell’informazione. Una guida non convenzionale al Settecento, uscito da Adelphi qualche anno fa, la curatrice contesta l’idea che la nostra sia la prima età dell’informazione, dell’indiscrezione e del gossip. Un’enorme nube di amabile maldicenza aleggiava sulla Parigi settecentesca, e da lì si diffondeva in provincia. In mancanza di internet o di tabloid ci si af- fidava a chiacchiere da caffè, stornelli, Bons mots, vaudevilles, pasquinate, nouvelles à la main, stampe, pamphlet, cronache scandalose, mauvais propos, corrispondenze segrete, false memorie, romanzi a chiave. Curiosità morbosa, sistematica violazione della privacy, culto della celebrità, gusto spiccato per il ridicolo, l’osceno, l’inconfessabile: le analo-gie sono evidenti.

Ma altrettanto risaltano le differenze. Per più ragioni. La prima è che il pettegolezzo settecentesco, pur praticato dalle classi alte come da quelle basse, fu in realtà parte di un processo molecolare di screditamento, scoronamento, perdita di prestigio dei ceti dominanti, dalla nobiltà alla corona. Fin dal 1744 Luigi XV, già soprannominato il Bien-Aimé, non mise più piede a Parigi e interruppe la tradi- zione secolare dei re taumaturghi che guariscono con il tocco i malati di scrofola. Sullo sfondo si annuncia il grande crollo della rivoluzione. Prima di perdere la testa, è necessario che i potenti perdano il loro tocco, e ciò fu tanto più vero in un secolo in cui il genere letterario della pornografia si faceva spesso veicolo, per esempio nei romanzi libertini, da Thérèse philosophe a Diderot, da Mirabeau a de Sade, di contenuti culturalmente sovversivi come la grande e sempre censurata tradizione dell’atomismo materialistico, epicureo, lucreziano. Non caso durante la rivoluzione svolsero un ruolo propagandistico di prima grandezza le stampe pornografiche che prendevano di mira i presunti vizi sessuali della povera Maria Antonietta (per esempio Lafayette inginocchiato davanti a lei, che si alza la gonna e lo fa giurare sulla sua «costituzione»).


Che l’inflazione di gossip odierno ci riservi esiti analoghi è assai poco probabile, almeno al momento. Contribuisce al carisma, non lo svaluta, e ciò vale tanto per i vip quanto per i Morti di fama che sgomitano su internet e su cui hanno scritto un acuto pamphlet Giovanni Arduino e Loredana Lipperini (Corbaccio, pp. 137, 12,90). Senza dire che la vera indiscrezione viene oggi dall’altro, dalle agenzie di sicurezza che intercettano le telefonate a Google e Facebook quando vendono giganteschi pacchetti di dati sottratti a utenti che credono di esprimersi liberamente.

C’è poi un’altra ragione. La curiosità settecentesca per la vita privata era immensa: curiosità per l’umano in tutti i suoi aspetti. Ma altrettanto grande era l’impulso a trasformarla in un’ininterrotta festa dello spirito, costellata di motti, battute felici, stravaganze dell’espressione: non era il cosa, era il come a destare interesse e sorpresa. Poco importa chi va a letto con chi, è lo stile che conta, nel farlo e soprattutto nel dirlo. Ciò che manca al gossip attuale è appunto lo stile. Nel Settecento, tanto più frivolo era il contenuto tanto più doveva essere brillante la forma. Oggi accade il contrario. Del frivolo si discute con pesantezza, con un misto di cinismo e moralismo, con mortale serietà. Olgettine e festini con maschere da maiali sono analizzati con acribia da filologi, e il risultato è di una noia teologica, l’esatto opposto dell’allegria inesauribile che animava i salotti e i caffè: «Mi consola pensare che da qualche parte qualcuno sta facendo l’amore», furono le ultime parole di un’amica di Voltaire. Dominante è piuttosto l’angoscia; se spiamo gli dèi è perché oscuramente sappiamo che in realtà sono loro a spiarci nella nostra impotenza. Non un modo per liberarcene, ma per confermare il loro domi- nio. Dal Settecento abbiamo ancora molto da imparare.

 

di DANIELE GIGLIOLI

 

Insero LA LETTURA del Corriere della sera del 5 gennaio 2013

 

 

  

I pettegoli del Settecento erano meglio di noi