il foglio 22 gennaio 2014

 

 

Trasformare i pettegolezzi in un’arma politica. Guida pettegola per Hollande

 Ora, come si potrebbe censurare la condotta di François Hollande se si tenesse presente quella di Filippo d’Orléans? Morto il Re Sole con l’erede ancora bambino, Filippo fu reggente di Francia dal 1715 al 1723, in un’epoca che fece storia per rilassatezza morale tanto che fu lo stesso so- vrano a dover adeguarsi: ammetteva di simulare l’amore per gli stravizi a cui si abbandonava al solo scopo di assecondare la moda perché, quanto a carattere, sosteneva di non sentirsi minimamente portato per la dissolutezza. Trecento anni fa era il momento giusto per lasciarsi andare. Non c’era ancora Closer ma ben di peggio: una fitta rete di periodici – sovente manoscritti – che circolavano capillarmente fra i salotti diffondendo in un’interminabile spirale di pettegolezzi prodotti e certificati da altri salotti. Queste anonime memorie o corrispondenze segrete, queste “nouvel- les à la main” costantemente sul pezzo,  erano in realtà frutto di un parto gemellare. Da un versante più elevato infatti l’im- pegno dei philosophes stava iniziando a creare l’opinione pubblica, ossia l’idea che i potenti dovessero essere giudicati secondo il vaglio morale e razionale di una collettività ben informata. Dall’altro sorgeva il pettegolezzo; che sicuramente non nacque in Francia nel Settecento ma solo allora, grazie a questi gazzettini civettuoli, venne organizzato e sistematizzato raggiungendo una gittata che andava ben oltre le mura domestiche. Il neonato pettegolezzo però non era una reazione alla decadenza dei costumi né si ergeva a baluardo della moralità; tanto meno richiedeva al potente di rendere pubblicamente conto del proprio privato, come ha ad esempio appena fatto il direttore de l’Express Christophe Barbier dichiarando sulle colonne di Repubblica che Hollande dovrà rispondere dell’affaire all’elettorato e in particolare all’elettorato femminile. L’antologia “Guida pettegola al Settecento francese” (Sellerio, a cura di Francesca Sgorbati Bosi) rende l’idea mostrando come il venticello della calunnia non fosse mai greve, anche quando ci sarebbe stato da aspettarselo per la gravità del peccato o per l’importanza del peccatore. Era accaduto questo: mentre si allestiva l’opinione pubblica come plotone d’esecuzione morale, era venuta creandosi un’opinione pubblica parallela, spontanea e vivace, che aveva come unico metro di giudizio l’“esprit”, quel termine inafferrabile e tanto distante dai nostri giorni che la stessa Sgorbati Bosi traduce in italiano con dieci parole per poter renderne parzialmente l’idea: umorismo, sagacia, fantasia, buon gusto, sensibilità, eleganza, originalità, tatto, brio, presenza di spirito. Era la pietra di paragone della repubblica dei salotti, meno seriosa della repubblica delle lettere e più propensa a    considerare con disinvoltura e annoiato cinismo l’andazzo iniziato con la lasciva reggenza. Le storie di letto, l’adulterio in particolare, erano la prova principe per sancire non quale potente fosse affidabile o fedifrago ma chi avesse l’esprit e chi ne sarebbe sempre stato privo. La buona società considerava il matrimonio un male necessario da trattare con ironia sublime e doveroso distacco; il pettegolezzo non stigmatizzava il tradimento ma l’incapacità di sortire con eleganza dalle inevitabili situazioni d’imbarazzo. Per quanto potente, un marito ideale che si fosse scoperto cornuto sorprendendo un giovane a letto con la moglie non si sarebbe fatto né ricoverare né rinchiudere a Versailles; si sarebbe limitato a dichiarare: “Signore, mi sorprende il vostro comportamento, visto che non vi costringe nessuno”, e sarebbe corso a spargere la voce.

Antonio Gurrado

il foglio 22 gennaio 2014
il foglio 22 gennaio 2014